IL DUBBIO DI GIANO
di Rondot Fabio

Questo convegno giunge in un momento in cui credo tutti condividiamo la necessità di fare un punto sullo stato dell'arte relativamente alla PNL.
Nata ormai più di 25 anni fa e giunta in Italia nei primi anni 80, si è dimostrata essere un crogiolo effervescente di nuovi stati e rappresentazioni del mondo a volte anche molto dissonanti con il nostro clima culturale ed accademico. E proprio la volontà di definire un proprio spazio, una dimensione più europea, ha fatto si che la PNL in questi anni abbia intrapreso più o meno esplicitamente, più o meno consapevolmente, strade molteplici.
Dunque ecco una prima occasione (il convegno appunto) in cui fare alcune riflessioni su ciò che era... è... sarà... la PNL; su come la vogliamo intendere... sentire... vivere...
Così ho deciso di proporre alcune riflessioni che spero contribuiscano ad animare un dibattito che per troppo tempo si è sopito. Ho creduto opportuno ritornare per qualche momento alle battute iniziali, ai presupposti che animavano i piennellisti del tempo e i mentori cui solevano riferirsi. Ecco dunque alcune affermazioni tratte dalla prefazione e introduzione del testo Programmazione Neuro Linguistica pubblicato nel 1980:

La PNL è un inatteso sottoprodotto della collaborazione di John Grinder e Richard Bandler intesa a formalizzare gli schemi di comunicazione di maggiore impatto (per esempio, il terapeutico, il commerciale, ecc. ).
Quando gli strumenti della PNL troveranno la strada per inserirsi in altri campi e aumenterà il numero dei programmatori, vivremo in tempi in cui potremo assistere a prodigi non meno grandiosi dello sbarco sulla luna, della definitiva eliminazione del vaiolo dal nostro pianeta e dell'energia atomica, e in cui dinanzi ai nostri occhi si schiuderanno nuove prospettive, non meno ampie dell'ecologia, della relatività, dei diritti civili, umani e delle donne.
La programmazione neurolinguistica è la disciplina che opera nell'ambito dell'esperienza soggettiva. Non si vincola ad alcuna teoria: ha invece lo status di un modello, di un insieme di procedimenti la cui misura di valore è l'utilità, non la verità. La PNL presenta strumenti specifici che possono essere vantaggiosamente applicati in ogni interazione umana, e offre tecniche specifiche con le quali il programmatore può vantaggiosamente organizzare o riorganizzare la propria esperienza soggettiva o le esperienze di un cliente per definire, e successivamente conseguire, qualsiasi risultato comportamentale...
Riconoscemmo e dimostrammo così la potenza di questi strumenti in ordine alla creazione di un modello di sicura efficacia che non si limitasse alla soluzione dei conflitti o dei problemi intra e interpersonali, ma fosse evolutivo; un modello che non fosse vincolato ai contesti terapeutici, ma offrisse un esplicito procedimento graduale suscettibile di fare evolvere le persone verso un qualsiasi comportamento valido, a loro scelta...".
Rammentiamo ora alcuni pensieri proposti da M. Erickson e G. Bateson; Erickson diceva di non capire perché mai si costruissero teorie o modelli di personalità tanto ampie, in quanto ogni personalità è differente. Quando ci si affida ad una teoria o ad un modello, ciò che si ascolta non fa altro che rinforzare la teoria stessa; si ascolta ciò che si vuole udire (J.K.Zeig Erickson, Astrolabio); era contrario non solo alla teoria, ma anche all'uso rigido delle tecniche concepite come "ricette da cucina"; piuttosto che discutere di tecniche specifiche, preferiva promuovere l'idea dell'utilizzazione: Utilizzazione vuol dire in sostanza che è meglio derivare le tecniche dal paziente piuttosto che dal terapeuta. Dal canto suo Bateson affermava che:
Per qualche capacità mirabile e misteriosa, per qualche miracolo di circuiteria neurale, noi costruiamo immagini di ciò che vediamo. La costruzione di queste immagini è per l'appunto ciò che chiamiamo "vedere". Ma dare credito totale all'immagine è un atto di fede. Questa fede, in una mente sana, è involontaria e inconsapevole... Se avessimo una consapevolezza continua dei processi con cui formiamo le immagini, queste cesserebbero di essere credibili.

(G. Bateson M.C. Bateson Dove gli angeli esitano Adelphi p.149).

Il puer e il saggio

In quello che abbiamo sentito sono rintracciabili alcune differenze sostanziali che metaforicamente mettono in evidenza due dimensioni (anime?!) della Pnl; da un lato quella di chi, agendola (inventandola?!) in modo inconsapevole, la ricrea ogni giorno portandola ai livelli di una saggezza pragmatica capace di disegnare raffinate ecologie; dall'altro quella di chi, scoprendola, per necessità la vuole (deve?!) capire ancor prima che comprendere. Nei primi possiamo immaginarla come linfa vitale che permea corpi e relazioni, negli altri come rappresentazione che modella mappe, produce obiettivi, inventa tecniche, sviluppa strategie. E proprio nell'apparente inconciliabilità delle due prospettive citate possiamo rintracciare l'equivoco che sta alla base delle difficoltà odierne della Pnl; difficoltà che propongono sempre più la dicotomica presenza di due identità:

  • da un lato quella di un bambino intelligente, creativo, assai dotato ma allo stesso tempo facile preda di onnipotenti e magici miraggi;
  • dall'altro quella di un saggio capace di cogliere la necessità di equilibri invisibili o di inaspettate rinunce; in grado di seguire le delicate tracce dell'empatia e della maieutica... ma allo stesso tempo criptico ed irripetibile;
A questo proposito, facendo riferimento al mondo metaforico junghiano, l'archetipo del puer aeternus mi sembra offra qualche spunto di riflessione. Il puer è anche, in una delle sue manifestazioni, un Don Giovanni che seduce, consuma e abbandona per timore dei legami. Così a volte mi sembra che la nostra Pnl giochi (e inviti a giocare) i giochi delle relazioni in un modo (e mondo!) che le consuma, facendo agire continui spostamenti di attenzione su descrizioni meramente intellettuali (da non confondere con "mentali") di quanto accade. Quasi come se nel momento in cui nasce un sentimento (che lega) capace di andare oltre una passione estemporanea la Pnl non fosse attrezzata, giacché in realtà essa è frutto di un approccio mentale (logos) e poco sa di quell'eros legato ad un mondo di sensazioni che non le appartiene e che in un certo senso ancora rifiuta forse perché non sufficientemente "sensorialmente basato"... o, più plausibilmente... difficile da descrivere con parole meramente riferibili ai sensi...
A questo proposito il massimo che per il momento la Pnl propone è la metafora delle posizioni percettive; a ben pensarci, strano modo per dire "mettiti nei miei panni"... "sento che abbiamo qualche cosa in comune"... "certo che dal di fuori sembriamo proprio...".
Quello citato è un modo di intendere la relazione che prende vita nella metafora stessa del "Programmatore", così viene infatti definito l'esperto di PNL... così, proprio a partire da tale denominazione potremmo spiegare la separazione dai sentimenti, il rischio di cedere all'onnipotenza, la fretta terapeutica, la ricerca a volte spasmodica di una panacea alchemica, quasi come se nella definizione stessa fosse andata perduta una peculiarità così cara all'uomo, l'anima.
Già l'anima, ma si può forse metamodellare (rappresentare) l'anima? Tornando a Bateson, a proposito delle rappresentazioni egli afferma:
Sotto il profilo epistemologico non è corretto dire "Voi mi vedete", perché quello che voi vedete è un'immagine di me dovuta a processi di cui voi siete affatto inconsci. Naturalmente non avrebbe senso dire che siete "voi" a fare queste immagini. Voi non avete quasi nessun controllo sulla loro costruzione. (E se aveste un controllo del genere la vostra fiducia nelle immagini che la percezione offre al vostro occhio interiore sarebbe molto più scarsa). (p.143)...
Tutti dunque fabbrichiamo una bellissima trapunta multi colore. Ma non siamo in grado di studiare questo processo creativo con l'introspezione.
In breve, il nostro meccanismo percettivo, il modo in cui percepiamo, è retto da un sistema di presupposizioni che io chiamo la nostra epistemologia: una vera e propria filosofia sepolta nelle profondità della nostra mente, ma inaccessibile alla coscienza (p.145)... Insomma, ogni descrizione, ogni informazione, tocca solo pochi punti di ciò che deve essere descritto. Il resto è lasciato scoperto e, anche se magari estrapolando da ciò che viene effettivamente comunicato, se ne ricavano indizi, in linea di principio è indeterminato e non è regolato dal sistema dei messaggi. (p.245)

(G. Bateson M.C. Bateson Dove gli angeli esitano Adelphi).

Due atteggiamenti differenti

Quanto espresso da Bateson ripropone alcune tematiche mai completamente affrontate e\o risolte dalla Pnl. Questa infatti corre continuamente il rischio di violare la sacralità dell'individuo proponendosi come descrittrice "oggettiva" (nei minimi particolari) della struttura del processo. Certo è vero, non è interessata ai contenuti, e tuttavia questo è quasi peggio, perché in nome della presunta "squalifica" dei contenuti (grazie ai quali frequentemente manteniamo i rapporti tra persone normali "non piennelliste") a favore del processo, finisce per portare alla consapevolezza alcuni elementi delle strutture profonde che non sempre è necessario (auspicabile!?) conoscere.
Acquisire la descrizione di un processo non significa avere le competenze\possibilità per influenzarlo e\o cambiarlo; detto in altri termini conoscere la sequenza della danza delle api non significa che un ballerino addestrato possa portare lo sciame dove vuole come una sorta di ritrovato pifferaio magico. In questo pericoloso equivoco credo stia una delle radici del sentimento di onnipotenza di cui talvolta è permeata la Pnl. La curiosità, anche se involontariamente in certi casi può arrivare a "intrudere", l'interesse no! La differenza tra i due atteggiamenti o modalità di avvicinamento all'altro sta nel rapporto: nell'interesse il presupposto è la salvaguardia della relazione e il rispetto dell'identità delle persone coinvolte; nella curiosità tutto ciò non è necessario.
Quanto affermato consente di mettere in evidenza, ancora una volta una duplice modalità relazionale; nel primo caso si instaurerà una relazione in cui:

  • c'è un programmatore e c'è un soggetto...
  • c'è chi porta una richiesta (un problema) e chi possiede le tecniche (sostanzialmente i ragionamenti)
  • c'è chi è avvolto dalla nebbia dei contenuti e chi abita le dimensioni cristalline delle strutture
nel secondo caso si instaurerà una relazione in cui:
  • due persone si incontrano
  • curano la relazione al punto da cogliere reciproche familiarità, risorse, limiti
  • si scambiano sogni di futuri differenti... alternativi... forse migliori...
  • confidano le proprie paure, ansie, aspettative, incredulità, fedi...
  • arrivano a condividere un progetto, se ne innamorano al punto da perseguirlo (senza per questo mettere a repentaglio le reciproche identità)
  • raggiunta la meta si pongono il problema di cosa ne sarà della loro relazione... della loro storia... e tutto ciò lasciando che il tempo vissuto sia quello di un battito di ciglia o quello della vita di una tartaruga!

Così, se la storia di un possibile interlocutore stesse in un libro con la prima modalità di relazione leggeremmo le parole scritte modellandone la sequenza, la struttura, facendo sofisticate analisi sintattiche ecc. Con la seconda potremmo sfiorare leggermente gli spazi bianchi lasciando che questi evochino antichi legami di specie e neonati legami individuali in una sorta di "accoppiamento strutturale" che rimarrà indipendentemente dal fatto che libro e interlocutore si allontanino per sempre.

La seduzione del modellamento

Ma la Pnl in questo momento è sedotta dall'idea che il modellamento possa risolvere la questione: conoscendo nei minimi dettagli la struttura posso riprodurla... ciò che però manca è l'organizzazione, che non è modellabile. Possiamo fare perfette imitazioni di uova arrivando addirittura a dire che "mentre modellavo quella forma così perfetta era come se fossi una gallina"... ma nonostante ciò nessuno ci userebbe per fare del buon brodo o una soffice frittata!
Dunque anche la metafora del modellamento può essere contenuta sia nei pensieri del puer che in quelli del saggio; e ancora una volta emergono gli estremi, da un lato infatti il modellamento rischia in ogni momento di divenire una raffinata operazione di riduzionismo esasperato, ma dall'altro rischia in egual misura di sospingere nuovamente l'uomo nella dimensione di una monade difficilmente permeabile. Bateson affermava:

Vedete, io non penso che un'azione o una parola siano una definizione sufficiente di se stesse; credo invece che un'azione o la targhetta posta su un'esperienza debbano essere sempre viste, come si dice, in un contesto. E il contesto di ciascuna azione è formato dall'intera rete dell'epistemologia e dallo stato di tutti i sistemi implicati, con la storia che ha portato a questo stato. Ciò che noi crediamo di essere dovrebbe essere compatibile con ciò che crediamo del mondo intorno a noi.

(G. Bateson M.C. Bateson Dove gli angeli esitano Adelphi p.266).

Dunque con Wittgenstein possiamo dire che:

Denominare e descrivere non sono certo sullo stesso piano; il denominare è una preparazione del descrivere. Il denominare non è ancora una mossa nel giuoco linguistico, così come il mettere un pezzo sulla scacchiera non è ancora una mossa nel giuoco degli scacchi. Si può dire: col denominare una cosa non si è fatto ancora nulla. Essa non ha nemmeno un nome, tranne che nel gioco. Questo tra l'altro Frege intendeva dicendo: soltanto nel contesto della proposizione una parola ha significato.

(L. Wittgenstein Ricerche filosofiche, Einaudi p.37).

Per intenderci in fisica e in antropologia si usa pensare che quanto più si interagisce con un evento (misurandolo\descrivendolo) quanto più lo si de-forma; e questo significa ammettere che nel momento stesso in cui agiamo un modellamento, senza neanche rendercene conto introduciamo aspetti della nostra organizzazione bio, fisio, psico, socio logica (varrebbe la pena di sottolineare la dimensione "logica"); dunque il risultato del modellamento non potrà che essere frutto delle nostre interpretazioni del comportamento altrui. Il che detto in altri termini significa che di fatto modelliamo niente più che le nostre rappresentazioni dell'altro!
Quanto affermato sin qui mi fa credere sempre più che ogni modello forte (e la Pnl per il momento lo è per definizione) divenga più che uno strumento di conoscenza (dunque interessante ed interessato) una sorta di Totem che una tribù può anzi deve difendere. Così il modello viene imbalsamato e usato per mantenere nel tempo l'identità di un più o meno folto gruppo di persone e proprio in questo senso mi preoccupa pensare che anche la Pnl stia facendo un percorso che la porti sempre più lontano dal territorio e la renda sempre più mappa da idolatrare, da difendere... Se così fosse la Pnl assumerebbe come scopo principale quello di dare sicurezza ai propri sacerdoti, consentendo di officiare liturgie in cui tutto diverrebbe un "come se" funzionale al mantenimento di una tranquilla certezza; certezza che consentirebbe di affermare: "la Pnl funziona... sei tu che non ci credi... abbi fede e cambierai... guarirai..."
In una tale prospettiva potremmo pensare anche le dimostrazioni come se fossero dei riti religiosi... atti che reificano il vero, che esorcizzano le paure del gruppo, che battezzano nuovi proseliti.
A questo punto ciò che mi sembra interessante da osservare è la frattura che si è andata sempre più evidenziando tra la dimensione mitologica che permea la Pnl e i riti nei quali viene reificata.

Una storia o meglio una storia di storie

La mitologia della Pnl narra che siano esistiti, un tempo, uomini e donne capaci di aver cura delle loro relazioni, al punto da divenire maestri nell'arte di comunicare, meglio si potrebbe raccontare se li pensassimo come capaci di dar vita a rappresentazioni del mondo tanto avvolgenti da divenire reali per chi ne fosse coinvolto. Erano rappresentazioni in cui ognuno poteva trovare qualche cosa per sé, poteva evolvere verso nuovi equilibri tanto armonici quanto inaspettati. Nel tempo presero forma varie storie, sulle loro origini, sul loro pensiero, sulle loro "arti taumaturgiche", tanto che abili cantastorie incominciarono a radunar persone dicendo: "C'era una volta... e quella volta c'ero anche io..."
E per meglio raccontare trasformavano le storie in movimenti, capaci di dar forma a riti; riti che per il fatto stesso di compiersi tramutavano l'empatia in rapport, gli orizzonti in obiettivi, il rispetto in tecniche, la curiosità in modellamento, l'acume in calibrazione. Già molti cantastorie della seconda generazione raccontavano però storie, di storie; mitizzando ciò che sino a qualche tempo prima non era che rito di passaggio ad una comprensione più matura. Ebbe così inizio l'era delle due tendenze: da un lato i cantastorie che imparavano sempre più l'arte di definire trame complesse tali da raccontare di come si racconta; dall'altro gli alchimisti dell'anima che rispettosi delle sacralità semantiche avevano ben compreso la presenza di un livello di semantizzazione arcaica prodotto dai sensi, come se questi fossero riluttanti a consegnare quanto hanno compreso al livello di definizione linguistica; un po' come dire che ci sono cose che devono conoscere e sapere solo gli occhi così come solo le orecchie possono sentire e solo le mani possono toccare.
A ben pensare quella descritta sembra essere la condizione nella quale ci troviamo ancora oggi. Ed è una condizione nella quale, facendo ancora una volta riferimento a Bateson, credo sia importante assumere una visione allargata chiedendoci di quale utilità per la comunità umana sia la presenza di un pensiero come quello della Pnl: è un passaggio evolutivo, un segnale, la rappresentazione di un desiderio, l'indicazione che alcuni aspetti della nostra esistenza potrebbero essere gestiti senza ledere l'ecologia individuale e collettiva...
Per assumere una nuova visione della Pnl c'è però bisogno di ripensare l'identità stessa del "programmatore"; c'è bisogno di mostrargli la sua ombra, il suo lato oscuro. In questo senso mi piace pensare alla figura di Giano, rappresentazione mitologica capace di evocare e comprendere il doppio, le contraddizioni, le antinomie l'io e l'altro, la semantica e la sintassi, l'onnipotenza e l'impotenza, il puer e il saggio.
Perché Giano è un gioco di specchi che riflettono e rifrangono, è l'attimo in cui gli eventi si deformano e rimodellano, è la dimensione in cui Pnl può significare, Programmazione Neuro Linguistica, oppure Pensare Nuovi Linguaggi.
Così, per queste giornate, potremmo lasciarci avvolgere dal Giano che è in noi, per il piacere di dubitare, per la curiosità di scoprire, con l'auspicio di incontrare una Pnl pił nostra.

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