IL VELO DI MAJA DELLA PNL
di Francesca Cantaro e Giacomo Guastalla

Il contenuto di quest'intervento riflette quello degli occasionali scambi di idee sulla PNL avvenuti tra noi -Francesca Cantaro e Giacomo Guastalla- e motivati dalla percezione di una "frattura", di un "gap", tra la nostra "convinta impressione" di un "fecondo spessore" epistemologico della PNL da una parte, e certa apparenza "praticona", empirica, della sua pratica dall'altra.
La pratica concreta della PNL ci è spesso apparsa ora nell'una ora nell'altra di queste due vesti senza che riuscissimo a individuare con precisione in cosa consistesse la linea di demarcazione e/o di connessione tra le due e che cosa la tracciasse. Ciò che abbiamo voluto chiamare, appunto, il velo di Maja della PNL.
Questa relazione, perciò, vuol essere un contributo nella direzione del chiarimento e della elaborazione della percezione di questo smarrimento. Chi l'ha sperimentato potrà forse trovare in ciò che veniamo dicendo materiale e spunti per propri personali chiarimenti; chi, invece, non lo ha sperimentato, avrà, a scelta, o l'occasione di ravvisare nelle nostre parole elucubrazioni in libertà, oppure, se condivide il noto principio "la mappa non è il territorio", quella di scorgervi un indice del potere della PNL di stimolare riflessioni e di attivare visioni del mondo diverse dalle proprie.
Un'ultima avvertenza: ci esprimiamo in un linguaggio -non certo piennellistico, ricco di violazioni del metamodello com'è- che potrà forse destare "scandalo"; tale difficoltà è però secondo noi un indice del paradosso insito in questo convegno: ci collochiamo, noi tutti, in un contesto: quello PNL; ma ci troviamo anche a parlare della, sulla PNL, e quindi a porci in un punto prospettico fuori dalla PNL. E d'altra parte l'istanza di un chiarimento sembra un'istanza condivisa. Per cui, lungi dal rigettare il paradosso, lo prendiamo come segno del fatto che forse la PNL ha dimenticato, ignorato e cancellato qualcosa... Avanziamo a questo proposito, solo una domanda: che questo qualcosa sia la sua propria relazione, il proprio legame con altri contesti, altri linguaggi, che, espulso dalla porta, rientra dalla finestra? Fermo restando, naturalmente, che è da stabilire di quale porta, di quale finestra, di quali contesti e di quali linguaggi si tratti.

1. IL SAPERE SULLE COSE

C'è, nella tradizione del pensiero occidentale, una pratica del sapere sulle cose: il suo intento è quello di arrivare a capire e a dire come le cose sono. Il suo luogo è quello del giudizio (dire come le cose sono), la sua evidenza sensibile è il linguaggio in ogni sua forma: da quello comune a quello sempre più raffinato dei linguaggi specialistici e formalizzati. Il suo modo di intervenire sul mondo è stato prima quello della filosofia, e poi quello della scienza e della tecnica.
Questa pratica del sapere, forse ormai al suo tramonto, è vissuta per più di 2000 anni in un dramma, che ha peraltro saputo creare le infinite meraviglie del pensiero umano: il dramma di perseguire una conoscenza oggettiva del mondo pur partendo dal presupposto di una frattura, una separazione tra il mondo da conoscere e i soggetti che perseguivano la conoscenza; cosicché nel timore di sovrapporre alle cose una propria indebita idea delle cose, questo sapere è progredito sempre più sulla strada di tentare di espellere il soggetto conoscente, e quindi se stesso, dai processi conoscitivi.
Senza peraltro mai riuscire nel proprio intento (come mostrato da Heisenberg) ma pretendendo di poterlo raggiungere, esso è così pervenuto a una raffinatissima conoscenza tecnico-scientifica confusa, tuttavia, con la conoscenza "tout court" del mondo; e, grazie a una curiosa inversione che gli ha permesso di non riconoscere nel mondo ottenuto per tale via il prodotto delle proprie pratiche, ha restituito ai soggetti una realtà irriconoscibile alla loro stessa esperienza: come se essi non si avvedessero che l'immagine riflessa nello specchio è la loro stessa immagine.
C'è da meravigliarsi, dunque, se questa pratica del sapere ha sollevato ovunque un caldo dibattito sulla validità del suo metodo?
A questo appassionato dibattito partecipiamo, di fatto, anche noi: la PNL -almeno si dice, si legge e si ascolta qua e là- in alternativa a questo sapere ristabilisce le ragioni dei soggetti, la legittimità delle loro personali visioni del mondo, la loro sensorialità. Essa respinge l'idea di una verità oggettiva -ognuno ha la sua, si dice- per affermare, invece, l'esperienza soggettiva come valore, e per reintegrarla a pieno titolo nel processo conoscitivo restituendo quest'ultimo alla sua relazione al mondo.
"La mappa non è il territorio", andiamo infatti dichiarando nei nostri corsi.
Ma che intendiamo esattamente con quest'espressione? Ci sembra legittimo dubitare di poterci arrestare al suo puro contenuto linguistico-letterale: esso è infatti talmente ovvio da non meritare davvero l'enfasi con cui lo si enuncia; tutti sanno che la tigre non è un verme, ma nessuno, per questo, va in giro a predicarlo con l'aria di comunicare una grande scoperta.
Deve quindi esserci un senso nascosto nei sotterranei di quel puro "X non è Y" esplicitamente asserito dalla semplice espressione linguistica.

2. QUAL E' IL SENSO DEL NOSTRO VECCHIO ADAGIO?

Che vogliamo dire, allora, con questo nostro (ormai) vecchio principio? Benché non sia per nulla chiaro, azzardiamo una lettura che ci sembra essere accreditata da quanto abbiamo ricavato dalla nostra lunga frequentazione con incontri e con corsi PNL. Se poi ci saremo sbagliati, ebbene: tanto meglio; saremo felici di essere corretti nella nostra cantonata. Ma a tutt'oggi il principio ci suona pressappoco così: noi non possiamo raffigurare la realtà (identificata con il "territorio") così com'è perché non possiamo uscire da noi stessi. Il nostro conoscere opera tramite mappe irrimediabilmente soggettive e quindi incontra sempre e soltanto rappresentazioni, interpretazioni e descrizioni soggettive della realtà; mai la realtà com'è "veramente".
Di conseguenza, poiché il territorio si situa in un luogo per principio inaccessibile ai soggetti, allora ogni interpretazione è perfettamente equivalente ad ogni altra (tutte le interpretazioni hanno contenuti di verità del medesimo valore). Nessuna di esse, infatti, può dire cosa il territorio sia.
Ci sono molti presupposti in questa lettura; in particolare, a noi interessa evidenziarne tre, e cioè:

  1. che il "territorio" è concepito come cosa separata da noi (bisognerebbe infatti uscire da noi stessi per conoscerlo);
  2. che un sapere può essere vero solo se dice come il territorio è;
  3. che proprio questo presunto essere il territorio al di là dell'esperienza è ciò che giustifica la legittimità di ogni mappa.

Se accolta, tuttavia, tale lettura implicherebbe l'assunzione, dentro alla PNL, di un'idea di verità -intesa come "verità delle cose"- in netta contraddizione con quella nostra idea di esperienza, che invece mette in campo, come si vedrà in seguito, la relazione tra noi, gli obiettivi, e il nostro operare nella loro direzione, e che pensa le cose come "nodi incarnati" di tali relazioni; e per la quale, quindi, non si può parlare di verità o falsità (che cosa poi si intenda con questi termini è altra questione che andrebbe chiarita) delle nostre rappresentazioni, ma semmai della loro congruenza agli obiettivi.
Tale lettura del "territorio", infatti, esclude che esso sia una nozione e quindi il frutto del lavoro di un pensiero che mette in atto una ben precisa strategia conoscitiva; ci suggerisce invece che esso sarebbe una cosa indipendente: "extra mentem". Col che saremmo ricondotti a quel sapere sulle cose che considera i propri oggetti come separati da sé, e, con tale operazione, cancella il loro contenuto relazionale.

2a) QUALCHE BUON MOTIVO CONTRO TALE INTERPRETAZIONE

Ma "extra mentem" il territorio non può essere perché la sua evidenza sensoriale consiste nella traccia di inchiostro lasciata su un foglio o in quella della scansione della voce nell'aria; consiste cioè in una parola e, quindi, in un concetto, in una creazione del pensiero ed è, perciò, esso stesso rappresentazione. Una rappresentazione particolare, certo: quella della possibilità che si diano varie rappresentazioni del mondo, ma pur sempre rappresentazione. Usando una metafora linguistica: il territorio sta alle mappe come sintassi e semantica stanno al senso delle singole frasi; e come il sistema di regole generali preposto al senso di frasi specifiche, per quanto di livello più "alto" di ciascuna di esse, non ha, per ciò stesso, carattere extra-linguistico, ma anzi -condizione perché ogni frase accada- è esso stesso linguaggio, così "territorio" e "mappe" condividono una medesima natura di rappresentazione o, se vogliamo, di nozione, di invenzione del pensiero. E difatti è a un certo punto della sua storia che compaiono tali concetti: forse che per caso S.Agostino, per citare un pensatore rigoroso e lontano nel tempo, parlava di "Territorio"? Piuttosto parlava di Dio (e non sarebbe male ragionare sulle analogie tra i due concetti, di Territorio e di Dio, e sui motivi che originano i due differenti nomi). Ma dovrebbe essere chiara almeno una cosa: che è solo per noi che il mondo è diventato leggibile in termini di "mappe" e di "territorio".

2a.1) L'ESPERIENZA E I SUOI OGGETTI

S.Agostino non parlava di territorio perché tale concetto, per lui, non rientrava nell'esperienza del mondo. Allo stesso modo che per i Latini non vi rientrava, ad esempio, la "forza di gravità"; ciò non vuol dire, ovviamente, che quel popolo non percepisse ciò che noi sperimentiamo come sua evidenza (anch'esso sentiva la pesantezza del corpo se non proprio il suo "peso"), ma che ciò che l'umanità successiva avrebbe poi "scoperto" come causa di tale evidenza rimaneva per lui, a differenza che per noi, senza alcun effetto per la sua vita; appunto: un non-oggetto di esperienza.
Nessuno, sperimentando qualcosa che poi noi avremmo definito "peso", pensava alla forza di gravità, né, quindi, essa poteva entrare in una qualche sorta di uso o di manipolazione; e tanto basta perché qualcosa come la "forza di gravità" non ci fosse realmente.
Sempre, ovviamente, che per "realtà" si intenda l'insieme delle pratiche riconoscibili o concepibili, da una certa cultura, come passibili di una qualche risposta effettiva, e non una "cosa" posta al di là di quella cultura, quasi fosse, usando il linguaggio PNL, ciò che è osservabile da una sorta di meta-posizione.
Ciò che fa di un oggetto uno specifico oggetto riconoscibile dall'esperienza (e quindi utilizzabile come oggetto d'esperienza) è infatti il suo essere entrato in una concreta relazione al mondo, il suo coincidere, cioè, con un significato. Un tavolo, ad esempio, diventa tale (ed è oggetto d'esperienza in quanto tavolo) quando quell'asse di legno che finora riconoscevamo solo come asse di legno diventa, grazie a un'azione specifica, una superficie pensata per appoggiarci degli oggetti; mentre d'altro canto l'asse di legno ha potuto essere esperita come tale solo quando quel pezzo di legno che fino a prima avevamo visto come pezzo di legno è stato riconosciuto nella sua qualità di materiale per certe costruzioni. E così via all'infinito. Tutto quel che ci appare, cioè, ci appare in quella forma proprio perché si dà all'interno di una relazione significativa con noi, non perché avrebbe un'esistenza in sé che poi noi scopriremmo.
In altre parole: gli oggetti non sono cose "extra mentem", ma, per così dire, "incarnano" dei significati che, a loro volta, non sono che delle relazioni attivate (in termini PNL: dei TOTE). Dove "attivare relazioni" vuol dire stabilire connessioni, testimoniate da un concreto operare, tra un precedente oggetto e nuove qualità: quando avremo usato l'asse di legno nella sua qualità di mezzo per appoggiare oggetti e poi con la parola l'avremo riconosciuta e designata come tale, solo allora sarà nato un oggetto "tavolo", che, a questo punto, sarà inscindibile dal suo significato.
Occorre insistere su questo punto: il tavolo è quell'oggetto che coincide con il significato che ci è familiare solo perché esso è riconosciuto come ciò che "incarna" quella determinata relazione al mondo della quale il comportamento "appoggiare oggetti" indica la messa in atto.

2a.1.1) UN IMPORTANTE COROLLARIO

Ora: risulterà chiaro che prima che tale relazione, con tutti i suoi elementi costitutivi (asse, obiettivo, connessione tra l'uno e l'altra tramite una specifica azione) venga istituita, non esiste l'oggetto "tavolo", perché non c'è alcuna esperienza all'interno della quale esso possa ricadere. L'esistenza degli oggetti è quindi inscindibile dalla relazione che li ha costruiti: ecco perché per i Latini, privi di pretese di controllo scientifico sul mondo, la "forza di gravità" non era oggetto d'esperienza, mentre il diritto, così connesso con il controllo politico, questo sì che lo era. E se anche noi possiamo invece tranquillamente affermare che la forza di gravità esisteva anche al tempo di Giulio Cesare, tale affermazione avrebbe solo il senso di disconoscere l'esperienza altrui per nobilitare e assolutizzare la nostra con il blasone della verità; o anche quello, per usare la lingua della PNL, di dare alla "meta" o alla "terza posizione percettiva" uno "statuto" di "verità" che la prima non avrebbe.
Gli oggetti che incontriamo o che manipoliamo nella nostra pratica quotidiana sono dunque effetti di relazione e non semplici cose.
Quando la PNL insiste tanto sul "per chi" qualcosa è in un certo modo non fa che enunciare, forse più implicitamente che esplicitamente, questa posizione: che le cose sono "figure" di mondo ritagliate a partire da una specifica relazione al mondo e riconosciuta come tale.

2a.2) ALCUNE AMBIGUITA' DA CHIARIRE

In questa prospettiva, allora, si possono chiarire alcune ambiguità che tuttora vivono nella pratica PNL. Il parlare, ad esempio, di "dati sensoriali", contrapposti all'interpretazione, può far sorgere il dubbio che tale espressione indichi qualcosa di esistente in sé, e perciò stesso di vero e oggettivo, di contro a un'altra cosa -in questo caso l'interpretazione- che sarebbe arbitraria; mentre è chiaro che lungi dal designare una sorta di materiale inerte e neutro disponibile per la costruzione di significati successivi, questi termini alludono a oggetti che fin da subito trovano il loro senso e la loro esistenza proprio grazie alle pratiche in cui sono usati.
Vale a dire: non è che esistano cose come "i dati sensoriali" che ciascuno poi interpreterebbe a piacere, ma esiste invece una specifica esperienza che presuppone, ai fini di un qualche tipo di utilizzo, ciò che quest'espressione indica. E' il loro uso in vista della calibrazione che codifica certi comportamenti in "dati sensoriali". Diversamente nessuno vedrebbe qualcosa come i "dati sensoriali", né se ne farebbe alcunché.
Tali termini indicano uno specifico ritaglio di mondo e non sono per nulla affrancati dalla tanto esecrata interpretazione.
Un semplice esempio basta a chiarire il punto precedente: gli studi sui miti ci informano che l'uomo arcaico chiamava il sole "Aquila del cielo" e le costellazioni dell'Orsa Maggiore e Minore, le Mani di Rea, la Signora del Cielo Ruotante; ma che senso avrebbe dire che tali espressioni indicavano significati aggiuntivi, connotativi, o metaforici di "dati sensoriali" quali la luminosità, il brillio, etc... delle stelle? E' facile capire che per i nostri antenati quelle espressioni, inscindibilmente, indicavano ciò che da loro era (per noi) effettivamente visto e il suo significato. Non ci immaginiamo l'uomo del neolitico dire a chi gli stava vicino: "guarda quei brillii: sembrano le Mani di Rea". Che ne sapeva, lui, di stelle, di corpi celesti? Per lui, uomo segnato non dall'esperienza scientifica ma da quella religiosa, letteralmente non c'era prima un brillio interpretato poi come stelle che tracciavano nel cielo il profilo delle Mani di Rea: c'erano solo, e da subito, le Mani di Rea; erano queste, e non il brillio, a costituire il suo oggetto d'esperienza. In altre parole: l'occhio dell'uomo del neolitico, là dove noi avremmo ricevuto brillio e luminosità, riceveva, letteralmente, un altro tipo di esperienza. E ciò perché, presumibilmente, al fine delle sue pratiche rituali, all'uomo del neolitico, nulla dicevano i "dati sensoriali", e molto, invece, le Mani di Rea.
Vale a dire: non c'è prima una sola realtà eguale per tutti a cui poi ciascuno attribuirebbe significati soggettivi, ma fin da subito ci sono diverse realtà che corrispondono a diversi tipi di esperienza. Ed ogni oggetto di tali realtà è quello che è in base a quelle pratiche che, connettendo "qualcosa" (di più non si può dire) con un suo uso specifico, ne hanno determinato significato e "oggettualità".

2a.3) DI NUOVO SU MAPPE E TERRITORIO

Analogo discorso, e ritorniamo così al nostro punto di partenza, vale a proposito di "Mappe" e "Territorio": se tali termini si riferiscono a significati e a oggetti del pensiero, di quale pratica essi sono espressione, da quale connessione con il mondo provengono? In altre parole: qual è il nostro orizzonte di riferimento quando parliamo di "mappe" e "territorio"? O anche: "Qual è la mappa entro cui ne parliamo?" Per la PNL ogni mappa agisce come un qualsiasi sistema di coordinate e, in tal senso, istituisce delle corrispondenze tra "il mondo" e certe rappresentazioni del mondo, tali che queste riconoscono uno specifico disegno di mondo come il mondo. In ciò che si è appena detto è però contenuto un vizio di fondo; infatti: cos'è "il mondo" prima che una qualunque mappa l'abbia disegnato? E' ovvio che l'unica risposta a tale domanda sarebbe che "prima che una qualunque etc..., il mondo non è"; una tal descrizione del mondo, infatti, presupporrebbe una mappa, una "metamappa" forse, ma pur sempre una mappa. Di qui non si scappa: il pensiero non può uscire da sé, e noi abbiamo quindi sempre a che fare solo con mappe di pensiero. Ergo: "fuori dalle mappe non c'è alcun mondo".
Questa, del resto, è precisamente la conclusione da cui parte la PNL: "noi non abbiamo una conoscenza diretta del mondo: abbiamo invece rappresentazioni del mondo"; affermazione che, appunto, sembra liquidare per sempre la domanda di cui sopra. Invece no: il termine "territorio", con acrobatico salto mortale, ci insegna che anche prima che una qualunque mappa l'abbia disegnato il mondo è...: c'è un mondo che si estende al di là delle mappe, e si chiama "territorio". Ma poiché non possiamo averne esperienza, tale mondo è semplicemente un ricettacolo di "non": non pensabile, non dicibile, non conoscibile... D'altra parte però, poiché esso si estende al di là delle mappe che non sono il mondo, bensì "rappresentazioni" del mondo, esso goderebbe di un particolare statuto: non sarebbe rappresentazione.
Abbiamo così da una parte un mondo, un "territorio" che non è rappresentazione, ma che non si può conoscere, e dall'altra mappe che si possono dire e conoscere, ma che sono "rappresentazioni".
Che intrico inestricabile di contraddizioni! Il mondo non sarebbe se non nelle mappe, ma poi scopriamo che c'è un mondo, fuori dalle mappe, che si chiama "territorio" del quale, però, non si può conoscere alcunché. Allora delle due l'una: o territorio è esso stesso una mappa, oppure non è.
Se tuttavia "territorio" è una nozione (e il fatto che se ne abbia un'idea per quanto negativa avvalora quest'ipotesi), non si può dire che esso non sia rappresentazione.
Ma se lo è, come sembra giocoforza concludere, di cosa lo è? Esso non può essere altro che il rappresentato di un pensiero che pensa l'esistenza di un mondo indipendente da sé: paradossale destino quello di un pensiero che pretende di albergare dentro di sé qualcosa che non è un pensiero! Ma il paradosso, da dove viene?
In quanto rinvia a un mondo oltre le mappe, "territorio" designa qualcosa di non dissimile da quella "realtà oggettiva" -antitetica a quella "soggettiva"- che il pensiero sulle cose ha da sempre sognato di dire giungendo, finalmente, alla "verità" delle cose; ma senza accorgersi peraltro che "realtà oggettiva" e "verità" sono a loro volta concetti creati dal suo stesso movimento. A tale verità il pensiero del "territorio", e con esso la PNL, hanno rinunciato proprio perché consapevoli dell'impossibilità di uscire da sé: di tale rinuncia l'impensabilità del "territorio" e la rilevanza data invece alle "mappe" sono infatti l'esito più evidente. Ma il presupposto, al fondo del "pensiero sulle cose" cui accennavamo all'inizio di quest'intervento, di una realtà indipendente e separata, è rimasto; e appunto qui sta il paradosso: nel dire che non si può attingere alla "realtà delle cose" pur continuando a mantenerne il concetto, pur svuotato di contenuti che sia.
Alla domanda posta all'inizio di questo paragrafo -"qual è la mappa entro cui parliamo di mappe e territorio?"- bisogna dunque rispondere che essa è quella di un pensiero della verità che ha tuttavia rinunciato a perseguirla.

2a.3.1) LE IMPLICAZIONI

Rimane il punto: a quale pratica sono congruenti questi due concetti? Mappe e territorio sono legati indissolubilmente in un rapporto "differenziale negativo" che li determina reciprocamente: le prime sono ciò che l'altro non è, e viceversa; ma poiché solo quest'ultimo sarebbe "reale" (nel senso di indipendente dal pensiero), le prime sarebbero "rappresentazioni": la "realtà" del territorio così concepito è ciò che giustifica lo statuto di rappresentazione delle mappe. Esse possono quindi ben dire del mondo, ma ogni loro dire è necessariamente arbitrario: l'unico dire oggettivo sarebbe infatti quello del territorio, ma questo è muto, indifferente al nostro interrogare.
Ma un "territorio" indifferente, separato da noi, è un "di contro" a noi (non a caso è definito negativamente e, fatto che dovrebbe invitarci a riflettere, non certo in "rapport" con noi e le nostre mappe): qualcosa che oppone alle domande un ostinato rifiuto e che ci consegna non alla libertà del reciproco riconoscimento e dell'amore, ma all'indifferenza dell'assenza di risposte. Ciononostante, di fronte al mutismo le mappe continuano a parlare, ma che è il loro dire? Segno di una pura soggettività incapace di dire verità, esso diventa puro vaniloquio, libertà di dire tutto e il contrario di tutto perché di nulla si può accertare la "verità"; ognuno è bensì "libero" di pensarla come crede, ma il suo pensare è privo di fondamento, perché il fondamento non gli risponde: ogni pensiero, in fondo, è delirante e i deliri sono tutti equivalenti. Filosofeggiando si potrebbe dire: il nulla del dire del territorio è trapassato nel nulla di significato (oggettivo) del dire delle mappe.
"A quale pratica sono dunque...?" Partito con il progetto di conoscere fedelmente (e controllare) un mondo pensato come estraneo, il pensiero è giunto oggi sull'orlo di un precipizio: a differenza di quanto si aspettava, ha incontrato, nella sua lunga storia, solo le sue proprie rappresentazioni, mai il mondo com'è; ma -simile a chi, fedele a un amore per sempre perduto, vede tutti gli altri possibili oggetti come equivalenti (e nulli) rispetto a quello perduto- non riflette allora sui suoi presupposti, ma, tenendoli fermi, arretra spaventato ripiegando sull'opinione.
Possiamo perciò chiamare tale pratica quella dell'ambizione a un dominio del pensiero sul mondo giunta innanzi all'impotenza della sua ansia di onnipotenza (di ricondurre l'"alterità" a sé).
Filosofia? Può darsi, ma bisogna dire che a vedere all'opera tante interpretazioni a dir poco semplicistiche della PNL -con tutti i loro esiti pratico/operativi di tecnica impensata e esasperata, yuppistici, e spettacolari- questa interpretazione non sembra poi tanto lontana dal vero: è nella logica dell'onnipotenza durar fatica a arrendersi.

2b) UN ALTRO SENSO

Poniamo, quindi, che il "territorio" sia pensato da un pensiero consapevole che tale termine rinvia a un suo proprio prodotto, a una nozione. Quale senso assumerebbe allora "la mappa non è il territorio" e a quale specifica pratica alluderebbe? Se territorio e mappe sono ambedue rappresentazioni del pensiero, allora si dissolve il concetto stesso di rappresentazione poiché non ha letteralmente più senso contrapporre una realtà pensata a una indipendente dal pensiero: la realtà avrebbe la forma che ha in quanto è appunto pensata e, se tutto è rappresentazione, allora niente lo è: mappe e territorio si risolvono, entrambi, in realtà. Dovremmo perciò concludere per l'insensatezza di una differenza tra loro? Non necessariamente.
Accettando di trovare se stesso al fondo delle cose che scopre, il pensiero supera l'idea di una realtà separata e viene a coincidere, esso stesso, nella sua generalità, con la realtà; questa si risolve allora in una rete cognitiva al di là della quale non c'è, letteralmente, nulla.
Pensiero non è però lo stesso che "pensato": una cosa è il pensare come possibilità di realizzare connessioni, un'altra i prodotti effettivamente realizzati; ma ciò non toglie che l'una e gli altri siano a loro modo reali: forse che un'attività è irreale solo perché si percepisce nei suoi effetti? E se il territorio è realtà e questa è pensiero, allora il "territorio", lungi dall'essere indipendente dal pensiero, coincide con quella "possibilità del pensiero di creare connessioni in cui si dispiega il pensiero stesso".
Dire allora che "la mappa non è il territorio" equivale a dire che "ciascun prodotto specifico del pensare non esaurisce la sua attività" o, in altre parole, che quelle relazioni ("mappe") costituenti il mondo già esistente non esauriscono il campo della possibilità ("Territorio" o "pensare in generale") di istituire altre relazioni e quindi altri mondi.
La separazione tra la realtà supposta indipendente (Territorio) e quella pensata (Mappe) diventa così relazione tra il pensare in generale e i suoi specifici prodotti.

2b.1) LE IMPLICAZIONI DI 2b

Il termine "pensare" non deve trarre in inganno. Esso non indica evidentemente un atto intenzionale della mente, ma la possibilità di tutte quelle connessioni che si evidenziano in comportamenti operativi. "Pensare", in questa accezione, è istituire relazioni e significati, e quindi costruire mondi; e di ciò abbiamo già parlato in (2a.1) e in (2a.2).
Qui ci interessa sottolineare questo punto: che siccome da sempre ci comportiamo, da sempre ci troviamo già in relazioni definite (con i loro rispettivi significati e cose) che, non deliberate da noi, sono state attuate per noi, come ben sa la PNL, dal nostro agire corporeo e, se vogliamo, in ultima istanza dalla cosiddetta mente inconscia; e che ciò significa che da sempre ci troviamo in una rete di connessioni rese effettive dal movimento del pensare. In altre parole ci troviamo in un'effettiva relazione attuata alle nostre spalle da quella possibilità di mettere in relazione in cui consiste appunto l'attività del pensare.
Ora: sebbene la molteplicità, nel tempo e nello spazio, di tali connessioni dimostri, per così dire, "l'inesauribilità" di tale pensare, il passaggio dalla possibilità di una relazione alla sua effettualità non dipende dalla nostra libera volontà di soggetti. E' certo possibile decidere obiettivi, comportamenti e strategie, ma il "da dove" lo si fa, questo non si può deliberare. La condizione che l'esistenza del mondo dipende dall'operatività effettiva di determinate relazioni e che noi d'altra parte fin da subito ci troviamo in un mondo, implica infatti che non abbiamo consapevolezza della mappa da cui operiamo: chi l'avrebbe creata? Forse noi? E con quali strumenti dal momento che prima di tale mappa non ci sarebbe alcun mondo? Perciò vediamo quel che vediamo e agiamo come agiamo, etc... da un punto prospettico del quale, proprio perché ci siamo, non ci accorgiamo: percepiamo le cose, ma non il punto da cui si apre quella percezione; in metafora: vediamo il veduto, ma non la vista. Questa è la ragione per cui gli oggetti ci appaiono cose e non effetti della relazione tra il pensiero in cui siamo e la prospettiva che da esso si apre.
D'altra parte la possibilità di attuare un'altra relazione o, che è lo stesso, di attivare un'altra mappa, dipende proprio dalla possibilità di percepire gli oggetti non come cose indipendenti, ma come effetti di relazione: dipende, in altri termini, dalla comprensione della generale struttura relazionale del mondo, cioè dall'entrare in "rapport" con il ritmo di quel "pensare", di quella possibilità di istituire connessioni, che è principio costitutivo di ogni specifica relazione. Il che implica obbedire ai vincoli del movimento del pensare e non ad arbitrarie opinioni.
Ma non è questo lo stesso che asserire di poter conoscere il territorio? In un certo senso sì, almeno se per territorio si intende l'attività relazionale del pensiero; se è allora vero che il territorio, nell'accezione che abbiamo prospettato, manterrebbe in comune con la vecchia il tratto di non essere "dicibile" (da quale altra mappa infatti lo si potrebbe dire?), tuttavia ciò non implica che non lo si possa sperimentare e conoscere. "Conoscere" non è solo "dire", come insegna la PNL.
"Conoscere" significa anche sperimentare l'appartenenza al movimento del pensare nel mentre costruisce i propri oggetti; cioè fare l'esperienza della relazione che lega l'uno agli altri.

2b.2) ANCORA SULLE IMPLICAZIONI DI 2b

"A quale pratica alluderebbe dunque questo nuovo senso del nostro vecchio adagio?" Ad una che mette al centro dei propri interessi la relazione in quanto tale, mostrando ogni specifica relazione nel suo rapporto con la generale struttura relazionale del mondo, ogni pensato in quello con l'attività del pensiero, ogni mappa in quello con il territorio facendo emergere, per ciascuna di esse, la logica di esperienza, che in nessun caso può coincidere con ciò che di essa può arbitrariamente ritenere il singolo, ma con la percezione simultanea del mondo e dell'attività che l'ha prodotto, cioè, in pratica, con l'esperienza della loro relazione.
Compito di una tal pratica è quello di rivelarci le cose come un effetto di relazione e di mostrarci, nelle cose che facciamo o pensiamo, l'attività del pensiero in cui siamo. Ciò vuol dire far percepire la realtà prospettata e il suo punto prospettico tenendoli insieme nella loro relazione. Come si fa? E' vero: non possiamo vedere il punto prospettico da cui si apre la prospettiva del mondo che vediamo; eppure, nel momento in cui ci stiamo spostando verso un altro punto, possiamo fare l'esperienza della percezione simultanea del punto di vista in cui siamo e di ciò che da esso vediamo. E' questa, metaforicamente, l'esperienza della relazione.

3) IL MODELLO PNL

La PNL dispone degli strumenti e della pratica utili a superare il sapere sulle cose di cui si diceva all'inizio di questo scritto. Non nel senso di ristabilire le ragioni del soggetto conoscente di contro a un mondo indifferente perché inconoscibile e quindi facibile e disfacibile a piacimento, ma in quello di far emergere le prospettive a partire dalle quali i soggetti e il mondo sono divenuti quel che sono divenuti.
Il sapere sulle cose vuol dire come le cose sono. Ma questo sapere non è più possibile dopo che il pensiero si è accorto di non poter uscire da sé: nella mappa del "pensiero sulle cose", infatti, il "dire" e il "come le cose sono" appartengono irrimediabilmente a due piani separati, eterogenei e senza possibilità di contatto: non c'è "rapport" tra l'uno e l'altro e perciò, da lì, si possono, al più, "dire le cose", ma questo dire è puro vaniloquio.
Il "dire", tuttavia, coincide con il sapere solo per quel pensiero che, avendo prima separato le cose da sé, le vuole poi riprodurre fedelmente nei propri linguaggi. Ma una volta compreso che tale separazione è un'operazione del pensiero, non occorre più riportare le "cose" al "dire" perché il senso di quest'ultimo era proprio nell'intento di superare una separazione che si è scoperto poi non essere mai avvenuta.
Ora: quel sapere al cui fondo giace la separazione del pensiero dal mondo è un possibile sapere, non il sapere; e come il pensiero che si pensa in una relazione scissa col mondo mette capo a un sapere che vuole superare la scissione nel dire (e in esso la mostra), così un pensiero che si sa da sempre in relazione col mondo, mette capo a un sapere il cui intento è quello di mostrare il movimento del pensare nella relazione che sta intrattenendo col mondo.
A bell'apposta abbiamo detto "mostrare" e non "dire". Perché se dicessimo tale movimento, lo potremmo fare solo da un'altra relazione rispetto alla quale, di nuovo, esso apparirebbe come "cosa" e non come relazione tra l'attività del pensiero e gli oggetti che sta producendo. Bisogna quindi che esso venga in luce, ma non si può dire.
Ma che vuol dire "mostrare?"
Una relazione è fatta di comportamenti che, una volta messi in atto, fanno emergere una mappa e i suoi corrispondenti oggetti reali; i comportamenti disegnano la nostra relazione al mondo nel momento stesso in cui la testimoniano come reale e producono gli oggetti corrispondenti che incorporano proprio il senso disegnato dai comportamenti.
Processo circolare in cui nessun momento può essere disgiunto dall'altro pur producendosi come distinto dall'altro.
Il processo di formazione in PNL rispetta questo schema: il fare che si attua nella sua gestualità e nella creazione di occasioni per il suo riconoscimento nel momento stesso in cui opera, ritaglia spazi definiti, disegna letteralmente un mondo che emerge come oggetto d'esperienza -con tutti i suoi aggregati e distinzioni- come effetto della relazione che quel fare sta istituendo in quel momento.
Ciò che le persone in tal modo incontrano è allora, appunto, non una "cosa", ma la possibilità di accorgersi della relazione tra il loro stesso fare e gli oggetti che il loro fare disegna. Cioè: nella corrispondenza tra quei comportamenti, quel fare, e quegli oggetti che emergono grazie ad essi, le persone possono esperire, sotto forma di un sentimento tangibile di circolarità, quella stessa relazione in cui sono; la quale, dunque, viene alla luce. "Mostrare" significa quindi agire perché tale processo possa avere luogo.
Forse le misteriose coincidenze, l'illuminazione degli orientali, l'incanto magico che ci prende ogniqualvolta ci accade di cogliere negli altri noi stessi, trovano in questa esperienza la loro spiegazione. E forse qui sta il fondamento del nostro "rapport". Ma naturalmente vi è, e su tutto quanto abbiamo detto, molto, ma molto, da pensare e da fare.
Prima di tutto chiarire le ambiguità e uscire da quel "sapere sulle cose" in cui la PNL per certi versi è ancora impelagata.

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